Sono le “debolezze” degli utenti – dall’utilizzo di password semplici alla mancata risoluzione delle vulnerabilità del sistema – la maggiore fonte di ricchezza del crimine informatico, il “Cybercrime”.
I cyber-criminali continuano a sfruttare attacchi “vecchi”, come il “phishing”, ovvero l’invio di e-mail truffa con link dannosi, e dall’altro ricorrono sempre di più al “ransomware”, quei virus che prendono in ostaggio computer e smartphone.
È il quadro che emerge dal Data Breach Investigations Report 2016 di Verizon, secondo il quale oltre la metà delle violazioni rilevate (il 63%) ha riguardato password deboli, predefinite o rubate. Il report – che ha analizzato oltre 2.260 violazioni e circa 100 mila incidenti di sicurezza segnalati in 82 Paesi – evidenzia il perpetuarsi di modalità di violazione dei dati già riscontrate negli scorsi anni e che trovano terreno fertile proprio “nella fragilità umana”.
L’89% di tutti gli attacchi nasce da motivazioni finanziarie o di spionaggio.
La maggior parte sfrutta vulnerabilità conosciute ma irrisolte da parte degli utenti, nonostante le “patch” (le riparazioni del software) siano disponibili da mesi, se non da anni.
Aumentano gli attacchi di ransomware (+16%) coi quali i criminali criptano i dati su un pc o smartphone e chiedono all’utente denaro per “rilasciarli”.
Nel 93% dei casi i criminali impiegano un minuto o meno per compromettere un sistema, ma spesso le aziende impiegano mesi se non addirittura anni per scoprire la violazione.

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